Interviewing the Crisis: Carlo Infante - Performing Media [ITALIANO]
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Carlo Infante
- Giornalista, esperto di nuovi media, consulente culturale, ami però definirti un “critico militante”: Carlo Infante, brevi presentazioni per i lettori
Quel termine deriva dall’esperienza di critico teatrale nell’ambito dell’avanguardia che dai primi anni ottanta, non solo in Italia, ha dato il La alle prime forme d’interazione con i nuovi linguaggi dell’elettronica. Come il videoteatro, un fenomeno di videocreazione che ha di fatto aperto un fronte di nuova spettacolarità mediale. In questo contesto ho contribuito non poco alla definizione teorica di questo campo di ricerca, non solo scrivendo ma anche promuovendo eventi, come uno dei primi festival video, quello di Narni. Attività che si è sviluppata nel progetto “Scenari dell’immateriale” che nel 1987 lanciò con il titolo tematico “la scena interattiva” una delle prime linee d’attenzione su ciò che definiamo oggi multimedialità. Contestualmente a questo lavoro sul video (di cui sono stato anche produttore indipendente, attraverso il concorso per storyboard “le scritture del visibile”) c’è stato un intenso impegno nella radiofonia, dove realizzai per la RAI diversi programmi come “teatri d’ascolto” e “la scena invisibile”. Si sperimentarono allora delle inedite interazioni tra scena e radio, con performance che accadevano (non solo nei teatri, anche in spazi urbani… usando le autoradio…) in concomitanza della messinonda.
- Dal teatro al multimedia e all’arte digitale: come nasce e come si sviluppa il tuo interesse per le new media art? Parliamo di PerformingMedia.
Il mio percorso nel performing media nasce da quelle radici di sperimentazione sui nuovi linguaggi radio e video e oggi si estende nell’interaction design e nella creatività sociale delle reti, per un’interazione serrata tra web e territorio. Cercando di inventare nuove forme di performance, ispirata all’idea di smart mob di cui parla Rheingold.
PerformingMedia è una progettazione che non riguarda più solo la sperimentazione dei nuovi linguaggi (espressa dai movimenti creativi del Novecento e in particolare dall’interazione tra scena e nuovi media come il videoteatro e le cyber-performance) ma la progettazione di eventi e piattaforme cross-media (web, broadband, mobile) per l’interazione tra le reti e il territorio. L’attività di ricerca è quindi rivolta non solo al sistema dei media ma alle peculiarità dei territori, con tutte le loro valenze, sia tradizionali sia d’innovazione. Si tratta di progettare un uso sociale e creativo delle reti attraverso un particolare approccio di marketing strategico, la cosiddetta Innovazione Territoriale, innervato alle soluzioni più evolute dell’Interaction Design e del web 2.0.
- A partire dalla tua esperienza diretta di lavoro, a stretto contatto con amministrazioni locali ma anche di livello nazionale, quali sono i sintomi e le ripercussioni più evidenti della crisi finanziaria, sia in termini di tagli che di logica di intervento pubblico? Quali le prospettive e gli scenari con cui nei i prossimi due anni si dovranno fare i conti artisti ed operatori del settore culturale?
Sta accadendo qualcosa che era stato ampiamente previsto, anche se l’accelerazione della crisi economica e non solo finanziaria, sta schiacciando tutto contro un’evidenza grave. Stanno per essere ridotte drasticamente le risorse per la cultura. E gran parte di un assetto professionale adagiato su sovvenzioni pubbliche rischia di scomparire. Eppure era necessario per tempo stabilire un contatto più reale tra ciò che definiamo ancora cultura e i sistemi della comunicazione innervati nei gangli produttivi della Società dell’informazione. Tanta politica culturale inerte a fatto finta di niente ( e in parte ignorava anche questa emergenza di una nuova cultura più orientata verso la trasformazione che verso la conservazione…). Si poteva in questi ultimi anni creare un ponte tra la cultura dell’innovazione e gli scenari economici del cambiamento, non è stato fatto. E ora ci tocca correre ai ripari. E in fretta. Il concetto di economia va rifondato, dato che è saltato il paradigma basilare del sistema produttivo, quello su cui ruotava il patto-conflitto tra capitale e lavoro, incardinato in un sistema industriale oramai alla deriva. La creatività diffusa (che va ben oltre il concetto di arte…) oggi riguarda in primo luogo una tensione politica e poetica che possa intraprendere una radicale innovazione dei processi sociali. Si tratta di dare senso e sensibilità a ciò che viene definita Società dell’informazione. Trovando il modo per entrare nel vivo dei processi di nuova produttività, così come certe linee
operative che vanno dall’open source al wikinomics fanno intuire. In questo senso credo veramente che pratiche web 2.0 possano allargare il fronte del pensiero-azione per interpretare le dinamiche del cambiamento e tradurle in risorsa.
- Sul tuo blog rilanci una frase di Paul Valery “Il futuro non è più quello di una volta” per parlare di una crisi che tu stesso definisci “al quadrato”, ma subito dopo Obama quale presidente della speranza 2.0 ti strappa un “Yes, web can”: crisi come baratro o come possibilità?
E’ un atto d’ottimismo di volontà pensare che questa crisi si possa tradurre in una crescita. Ma ne vale la pena. Prima di tutto è inevitabile scardinare certe logiche stantie che riguardano un sistema-paese oggettivamente inadeguato, impantanato com’è nell’inerzia di una politica rappresentativa che non sa cogliere lo spirito del tempo. E’ un tempo travagliato, irto di complessità che forse riusciremmo a declinare in una nuova sensibilità auto-organizzativa che a partire dal principio “glocal” potrà dare forma a quella mutazione antropologica che sottende il nuovo paradigma delle reti come opportunità di creatività connettiva.
- “Politiche e poetiche della rete”, questo il titolo di un incontro a cui partecipi recentemente con gli studenti del DASS: qual’è l’orizzonte teoricoe di azione su cui si affaccia performing media quando parla di reset del sistema e di capacità di guardare a un futuro 2.0 che “non può essere liquidato con la moda di facebook perchè è parvasivo”? Cos’è e come si esplica la messa a valore della creatività sociale connettiva, come tu stesso la definisci, nella società della conoscenza?
Una delle urgenze è uscire dall’angolo in cui è stata schiacciata la ricerca, ridotta ad un sistema di precariato senza sbocco. C’è il rischio che il cognitariato, il lavoro cognitivo proletarizzato, subisca in questi tempi di crisi acuta un colpo terribile. Ma serve una “mossa del cavallo” per spiazzare l’andamento di questa crisi di sistema, inventando dei format funzionali per creare un’interazione possibile tra il mondo dell’impresa (con forti innesti di politica pubblica) e quello di un’innovazione di processo che dimostri quanto la ricerca non riguarda solo un mondo universitario troppo spesso arroccato il logiche autoreferenziali. La ricerca più interessante riguarda quelle intelligenze libere che sanno misurarsi con il serendipity del web e fanno proprio un motto come questo di Friedrich Nietzsche “Fare della propria vita un esperimento,questa è libertà dello spirito”.
February 19th, 2009 at 2:25 pm Said:
[...] Interviewing the Crisis: Carlo Infante - Performing Media [ITALIANO] [...]
February 19th, 2009 at 3:51 pm Said:
[...] professional setups based on public sibsides risks disappearance.” Carlo Infante [ITALIAN] http://www.interviewingthecrisis.org/?p=40 [ENGLISH] [...]